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Palio del Viccio


Ogni anno, il martedì grasso, ultimo giorno di Carnevale, si svolge la più importante manifestazione popolare della tradizione folclorica palese: il Palio del Viccio. È un rito tra le più significative espressioni della cultura agraria che storicamente ha pervaso la nostra civiltà preindustriale. Il Viccio, nome dialettale del tacchino, è il premio dato al vincitore del torneo a cavallo che si svolge lungo la salita di Corso Garibaldi, già via del Lago. In questa strada, tra due balconi, viene tesa una corda da cui pende una vescica piena d’acqua. I cavalieri in corsa si cimentano a turno nel tentativo di forare con uno spiedo acuminato la vescica, oggetto sostitutivo del tacchino, vero trofeo dato in premio al vincitore con altre ricompense. L’intera popolazione partecipa al rito-spettacolo in un clima di trepidante tensione, acclamando e incoraggiando i loro cavalieri beniamini. Al momento della vittoriosa conquista tutti esplodono in un liberatorio tripudio di gioia, applaudendo e dando il tributo di onore al vincitore della suggestiva gara, che mostra orgogliosamente il trofeo conquistato: il viccio.

Il tacchino è la personificazione di re Carnevale che deve essere giustiziato, deve morire portandosi nella tomba il male per far rinascere il bene. Questi è il capro espiatorio, l’oggetto sacrificale su cui vengono caricati simbolicamente tutti i malanni che si intendono eliminare dalla comunità. È un vero e proprio sacrificio, un tempo cruento. In tempi addietro la giostra per infilzare il viccio (una vera e propria esecuzione) era preceduto dal “testamento del Carnevale” ed era seguito dal suo funerale. Per comprendere il nostro Palio del Viccio occorre interpretarlo in chiave antropologica, inquadrandolo nella cultura contadina, alla luce della ritualità connessa al ciclo agrario, scadenzato durante l’annata da una serie di riti apotropaici e propiziatori.

Con il “Palio del Viccio” si compie il ciclo dei riti di passaggio e di rinascita, che inizia con il consumo dei “Kǝnnìaddǝ” (legumi lessati) durante le fanove accese il 17 gennaio – primo giorno di carnevale -, ha il suo momento apicale il martedì grasso e si conclude la domenica successiva con l’appendice della tradizione della pentolaccia. Si tratta di atti collettivi, eventi che, pur evolutisi nel tempo, costituiscono ancora oggi importanti momenti rituali di aggregazione e condivisione partecipata di una intera comunità.

Scritto da:
Luca Tarantino

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