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Masseria di San Domenico e Chiesa di Santa Maria di Costantinopoli


Sec. XVII 

Tra le campagne silenziose, dove i muretti a secco tracciano geometrie senza tempo, resistono i ruderi di un passato laborioso intriso di sudore e fatica. Tra rovine e vegetazione spontanea, si aprono i resti della vecchia Masseria San Domenico, che nel tempo ha dato il nome a tutta la contrada. Un grande complesso edilizio rurale di proprietà della famiglia De Leone risalente al XVI secolo, donato successivamente alla confraternita di Santa Maria di Costantinopoli, la cui presenza è attestata a Palo già nel 1578. Venne poi dato in possesso con altri beni ai Padri Predicatori Domenicani quando si insediarono nel 1671 nel convento adiacente la chiesa di Santa Maria di Costantinopoli nella Terra di Palo. Una grande masseria, fonte primaria di rendita dell’economia della vita conventuale dei Domenicani, oggi ridotta a ruderi. Degli spazi che un tempo pullulavano di vita restano le volte a botte, i focolari con camini anneriti dal fuoco, stalle con numerose mangiatoie piccole e grandi per le pecore e per mucche, magazzini, depositi per attrezzi agricoli e le cisterne per raccogliere l’acqua piovana. I resti di una chiesetta col campanile a vela, diroccato, che prima reggeva una campana con l’immagine della Vergine e l’iscrizione “S. Maria ora pro nobis. A.D. 1752”, scomparsa da tempo.

Era questa la Cappella di S. Maria di Costantinopoli, citata in molti documenti e probabilmente voluta dalla famiglia De Leone. Nelle vicinanze, accanto al muro di cinta della masseria vi è un’altra chiesetta con una porta rettangolare sulla cui architrave è inciso: “F.1679 M.”. Una piccola nicchia sovrastante conteneva, un tempo, l’affresco raffigurante San Domenico. L’interno coperto da volta a botte custodiva sull’altare, molto tempo fa, un dipinto raffigurante la Madonna tra San Domenico e San Giovanni Battista. Con la soppressione degli ordini religiosi e le radicali riforme imposte dal governo francese nel 1810, i frati domenicani furono costretti ad abbandonare tutti i beni che vennero confiscati e poi venduti dallo Stato. Oggi, in mezzo ai ruderi che raccontano un passato travagliato, la cappella di San Domenico resiste e vive grazie alla cura dei fedeli. Punto di riferimento, piccola oasi di silenzio e memoria per i ciclisti che percorrono le strade di campagna e la riconoscono come tappa fissa: una sosta tra sudore e vento, dove la pietra, la quiete e l’aria impregnata di storia parlano ancora.

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